L’estate prima dei dischi volanti

Canada, 1926: luci silenziose nel cielo, fari puntati sulla terra e presenze armate che nessuno seppe spiegare

25 gennaio 2026
5 minuti

Vent’anni prima che il mondo imparasse a pronunciare la parola flying saucer, qualcuno sorvolava le campagne canadesi in silenzio, puntando fasci di luce sulla terra come se stesse cercando qualcosa. O qualcuno.

Un’estate inquieta sul San Lorenzo

Nell’estate del 1926, le notti intorno a Maitland erano più scure del solito. Non per mancanza di stelle, ma per la tensione che aleggiava nelle comunità rurali lungo il fiume San Lorenzo. I racconti cominciarono in sordina, come spesso accade: una luce vista da lontano, un bagliore che non seguiva le regole delle lanterne o degli aeroplani dell’epoca, un silenzio innaturale.

Poi le voci si accumularono. Settimana dopo settimana. Fattoria dopo fattoria.

Gli abitanti delle zone periferiche iniziarono a raccontare la stessa storia con variazioni minime, inquietanti proprio per la loro coerenza. Oggetti scuri, difficili da definire, che si muovevano lentamente nel cielo notturno. E da sotto, come un occhio che si apriva, un fascio di luce bianca che scendeva fino al suolo.

Non oscillava come un faro. Scansionava.

Uno dei primi a parlare apertamente fu Peter Cunningham, agricoltore, uomo pratico, poco incline alle fantasie. Raccontò di aver visto quei fasci muoversi rapidamente, “come se fossero collegati a una macchina volante di qualche tipo”. Nessun rumore di motore. Nessun battito d’elica. Solo luce e silenzio.

E animali nel panico.

Cunningham spiegò che cavalli e bovini si erano agitati in modo anomalo, come se percepissero una minaccia invisibile. Chi vive in campagna sa distinguere un temporale in arrivo da qualcosa di diverso. E quella notte, disse, era diverso.

Fari dal cielo e una sensazione di caccia

Poco distante, nei pressi di Prescott, un altro agricoltore – il cui nome non finì mai sui giornali – raccontò una scena simile. Una luce che avanzava lentamente sopra i campi, con un “faro potente” orientato verso il basso. L’impressione, riferì, era disturbante: non stava illuminando per caso.

Sembrava cercare.

Questa sensazione ricorre in quasi tutte le testimonianze dell’ondata di Maitland. Non paura immediata, ma un disagio profondo. L’idea di essere osservati dall’alto. Valutati. Misurati.

E ancora una volta: silenzio assoluto.

Nel 1926 gli aeroplani esistevano, ma erano rumorosi, instabili, ben riconoscibili. Questi oggetti no. Si muovevano senza annunciarsi, senza lasciare traccia acustica, come se l’aria non opponesse loro resistenza.

Le autorità locali presero nota, ma senza entusiasmo. Nessun intervento ufficiale. Nessuna spiegazione. I giornali, come il Courier and Freeman del 7 luglio 1926, registrarono i fatti con cautela, lasciando che fossero i lettori a trarre le conclusioni.

Ma l’episodio più inquietante doveva ancora arrivare.

La donna di Brockville e l’uomo nella luce

Nella zona di Brockville, una donna – il cui nome non venne mai reso pubblico – raccontò un incontro che avrebbe cambiato il tono di tutta la vicenda. Non più solo luci nel cielo, ma qualcosa di vicino. Terribilmente vicino.

In due occasioni distinte, riferì di aver visto strane luci fermarsi direttamente sopra la sua casa, a poche centinaia di piedi dal tetto. Non passavano. Stazionavano.

Ma ciò che rese il suo racconto diverso da tutti gli altri fu un dettaglio che i giornali riportarono con evidente disagio: all’interno della luce, come avvolta da essa, la donna affermò di aver visto una figura umanoide.

Non un’ombra indistinta. Una forma riconoscibile. E nelle mani, qualcosa che somigliava a un fucile.

Questa singola frase aprì una frattura interpretativa che ancora oggi divide chi studia il caso. Per alcuni, era la prova che l’ondata del 1926 non aveva nulla di extraterrestre. Erano contrabbandieri. Bootleggers. Uomini che, in pieno Proibizionismo, usavano mezzi aerei sperimentali per trasportare alcol oltre il confine con gli Stati Uniti.

Una spiegazione razionale. Confortante.

Eppure, insufficiente.

Perché nessun contrabbandiere dell’epoca possedeva velivoli in grado di muoversi in silenzio, fermarsi in aria e proiettare fasci di luce stabili verso il suolo. Né esistono documenti che attestino l’uso di “fari aerei” così avanzati nel 1926.

E soprattutto: perché sorvolare per settimane le stesse aree rurali, attirando l’attenzione di intere comunità?

Prima di Roswell, prima del linguaggio

La vera inquietudine del caso Maitland non risiede solo in ciò che fu visto, ma in quando fu visto. Nel 1926 non esisteva un immaginario UFO. Nessun disco volante. Nessuna cultura pop a suggerire interpretazioni. I testimoni non avevano parole pronte.

E forse proprio per questo, i racconti risultano così crudi.

Non parlano di astronavi, ma di “macchine”. Non di alieni, ma di “figure”. Non di abductions, ma di luci che sembrano cercare qualcosa a terra. È una narrazione primitiva, non filtrata, che somiglia più a un resoconto di cronaca che a una leggenda.

Quando, nel 1947, l’America scoprirà Roswell e inaugurerà ufficialmente l’Era Moderna degli UFO, nessuno tornerà seriamente a rileggere ciò che accadde a Maitland. L’ondata canadese del 1926 resterà ai margini, citata raramente, archiviata come curiosità.

Eppure, riletta oggi, appare come un prologo inquietante. Un capitolo introduttivo che suggerisce che qualcosa osservava il nostro mondo ben prima che noi fossimo pronti a osservarlo a nostra volta.

Forse non si trattava di visitatori extraterrestri. Forse sì. Il punto, per Google e per la storia, non è dimostrarlo.

Il punto è questo: qualcosa accadde davvero. Fu visto da persone comuni, in luoghi diversi, con dettagli coerenti. E poi, semplicemente, scomparve.

Come se l’estate del 1926 fosse stata una prova generale.
Un test silenzioso.
Prima che il cielo iniziasse, decenni dopo, a riempirsi di domande senza risposta.